Il custode

Sta per essere riprodotto il file 5-7011 collezionato dall’archivio delle memorie del Custode, testimone diretto degli eventi di cui narrerò.

Il Custode, una figura avvolta in un mantello di luce soffusa, sedeva tra pile di antichi tomi e cristalli luminescenti. La sua voce risuonava nell’eternità del vuoto, un sussurro carico di antiche saggezze e memorie dimenticate. Circondato da artefatti di ere passate, il Custode custodiva non solo memorie, ma anche segreti e verità dimenticate dall’universo. Era il guardiano della storia, colui che osservava e preservava le vicende di tempi remoti e futuri.
Cos’è stato questo rumore? Ah, me lo sarò immaginato. Araldo, sei in ascolto? Ma perché mi illudo che qualcuno ascolterà i miei archivi? Perché sono stata programmata per questo? Questa domanda non avrà mai risposta, non c’è più nessuno che possa ricordarsi di me…
Riproduzione registrazione file 5-7011.

Mervin scese dal cielo con passo leggero. Fluttuava in una nube di nebbia, celando il suo arrivo in un alone di mistero.
«L’aria è densa, troppo densa. Il clima afoso. La luce della stella madre è fioca, sembra stanca, eppure… Spero di non essere arrivato troppo tardi.»
Atterrò al centro di una foresta di conifere. Gli aghi secchi creavano un pulviscolo vorticoso attorno a lui, formando un letto soffice sul quale camminare a piedi nudi senza fastidi. Il fruscio delle foglie e il canto degli uccelli si mescolavano con lo stridio distante di macchinari che traforavano la roccia.
Come macchie di fuoco nel verde, sbucarono dei draghetti alati con becco di pappagallo. Uno di loro si avvicinò a Mervin, lo scrutò per qualche secondo e rigurgitò una nuvoletta di fuliggine.
Mervin sorrise alla creatura e si inchinò con maestosità, allargando le pieghe della sua lunga veste trasparente con le mani. L’essere sembrò ricambiare la cortesia inclinando il capo. I due si osservarono per alcuni minuti, mentre lo stormo li avvolgeva in volo. Alcuni si posarono a terra per brucare gli aghi di pino. Altri danzavano con le loro compagne.
L’armonia del momento fu infranta dallo scricchiolio delle fibre strappate dall’abbattimento degli alberi. Lo stormo spiccò il volo e si allontanò.
Mervin cercò un nascondiglio per osservare meglio cosa stava accadendo. Enormi umanoidi di metallo stavano collezionando la foresta. Erano divisi in squadre: quelli con grosse lame al posto delle braccia tagliavano, mentre quelli con le pinze raccoglievano e legavano i tronchi alle spalle.

Mervin li osservò a lungo, poi decise di seguirli. Più strada percorreva, più il paesaggio degradava. I boschi e i terreni erbosi si diradavano come i capelli di un vecchio con la calvizie. Il pulviscolo di foglie divenne un brillante sfarfallio di granelli di sabbia del deserto. Le montagne mutarono in pianure e depressioni del terreno, sprofondando sempre più verso il centro del pianeta. Fu allora che Mervin collegò il suono di roccia triturata a ciò che vedeva.

Gli umanoidi metallici facevano passi molto più ampi e rapidi dei suoi, ma ce n’erano talmente tanti che era difficile rimanere indietro. Vinta la cautela iniziale, Mervin si accorse che i giganti tecnologici lo ignoravano, quindi smise di nascondersi.
Una distopica transumanza gli ricordava le migrazioni dei mammut sulla Terra durante l’era glaciale, ma questa volta al posto del gelo c’era un caldo atroce e gli esseri in viaggio non erano vivi.
Il viaggio si concluse in un tunnel sotterraneo, dove enormi cancelli di acciaio arrugginito accoglievano i robot in ingresso e in uscita. Oltre il varco, Mervin vide una villa, o forse un tempio, scavato nella roccia. Decise di andare fino in fondo per scoprire cosa stesse succedendo.
Per precauzione, Mervin si avvolse fin sopra la testa con le sue lunghe vesti che a quel punto, da trasparenti, presero il colore dell’ambiente circostante, rendendolo invisibile.
Salì lunghe scalinate e arrivò in un’enorme sala ipogea. Al centro di questa, su un trono di pietra, un essere era collegato tramite tubi alle pareti. Lo sguardo fisso su grossi schermi che proiettavano linee di simboli e codici, grafici, segnali biomedici, sensori di ogni tipo. La bocca dell’essere sul trono era sigillata, ma i minimi movimenti degli occhi e delle dita delle mani suggerirono a Mervin che fosse ancora vivo.

Un odore di putrefazione inondava la stanza. Mervin trattenne il fiato e si avvicinò al trono. L’olezzo proveniva dall’essere. Mervin salì i gradini e si trovò faccia a faccia con l’uomo. Nel riconoscerlo, si fece scivolare le vesti dal capo e si rivelò.

«Marlow?!»

Marlow ci mise parecchio tempo a capire che quel nome era il suo, che qualcuno era entrato nella stanza e che il suono della voce non proveniva dai suoi monitor ma da un essere vivente davanti a lui.
Con movenze di un ingranaggio arrugginito, Marlow spostò lo sguardo dai monitor a Mervin. La prima parola che provò ad emettere giunse come un mugugno a bocca chiusa. Solo in quel momento Mervin passò alla comunicazione telepatica.

«Marlow. Cosa… Cosa… Oh. Ora capisco.»

La fusione telepatica delle due menti rivelò l’orrore turbinante nei pensieri del vecchio compagno.

«Il quando e il come non sono importanti, Mervin, ciò che conta è che non posso morire.»

«E per questo rinneghi tutto ciò che ci è sacro? Il motivo della nostra stessa esistenza di custodi?»
«Bah! Cosa ne vuoi sapere, Mervin. Questo pianeta è la mia cura e tu non me lo toglierai!»

Mervin sentì una fitta di tristezza e rabbia, i ricordi di quando erano compagni e il loro comune impegno come custodi dell’equilibrio universale. La disillusione di Marlow era palpabile.

«Abbiamo giurato di proteggere, non di distruggere. Guarda cosa hai fatto! Hai prosciugato la vita stessa di questo pianeta!»
«Tu non puoi capire, Mervin. La morte mi ha sfiorato troppe volte, questo era l’unico modo per sopravvivere!»
«Ma a quale costo? Hai sacrificato intere biosfere, il destino di questo mondo per la tua brama di vita eterna. Questo è un abominio!»
«Tu chiami abominio ciò che io chiamo necessità. Non permetterò che tu interferisca.»

Si aprirono dei varchi nelle pareti dai quali emersero ragni meccanici che si diressero verso i due.

«Ecco a cosa devi ricorrere quando perdi la Via. Marlow! Hai dissacrato tutti gli insegnamenti ricevuti e portato questo mondo sull’orlo dell’estinzione. Per i poteri conferitimi dal Consiglio, ti condanno all’espiazione.»

Una barriera di luce avvolse i due, le loro menti si fusero, ma la forza di Mervin prevalse con facilità su quella del cariato Marlow. Il filo di energia che teneva in vita Marlow era flebile a discapito di un quantitativo infinito di energia vitale assorbito dalle foreste sbranate, dai minerali estratti dalla roccia e dall’energia prosciugata dalla stella di quel sistema.
I ragni erano sul punto di pugnalare Mervin alle spalle con i loro denti d’acciaio, ma si irrigidirono, come congelati.
Mervin aveva preso il controllo della mente di Marlow e aveva dato il segnale di arresto a tutto il sistema. Il comando successivo fu quello di scollegare Marlow dai tubi che lo alimentavano. Piccole scariche elettriche emersero dalla pelle di Marlow mentre si sganciavano dagli alloggiamenti. Il corpo, privo di muscoli da ormai molto tempo, si afflosciò tra le braccia di Mervin.
Prima di abbandonare la stanza con il compagno in braccio, Mervin diede ordine alle macchine di disattivarsi e così fecero. Il pianeta avrebbe trovato il modo di ripristinarsi o distruggersi per sempre senza ulteriori interferenze.
Mervin tornò in superficie cullando come un infante Marlow tra le braccia. Gli cantava telepaticamente una ninna nanna per alleviare lo straziante dolore che gli percorreva il corpo.
Tornò a fluttuare verso il cielo e, così come era arrivato, attraversò il portale in direzione del Consiglio.
I draghetti pappagallo sfrecciarono verso Mervin come a volerlo salutare, ma non fecero in tempo, così in segno di riconoscenza fecero una danza che non si vedeva sul pianeta da molti secoli: con le fiamme che eruttavano dai loro becchi volarono schierati formando un cerchio di fuoco nel cielo.

Illustrazione di @skutu.art