Il monte Kilikili

Dalla vetta del Kilikili si vedevano le stelle, la montagna al di là delle nubi. Joanna venerava quella meraviglia come le aveva insegnato sua nonna. A Smirne, tutti pregavano per la sua protezione, dicendo che fosse il tramite con le anime dei morti incastonate nella volta celeste.

Nella notte del suo sedicesimo compleanno, Joanna osservava il soffitto nebuloso del suo pianeta e immaginava cosa potesse esserci oltre quel velo grigio. Se lo fissavi abbastanza a lungo, scorgevi delle sfumature di colore che schiarivano quell’opacità. L’indomani avrebbe percorso la via della donna, un lungo ponte che sormontava la conca perenne attorno al Kilikili. Avrebbe baciato i piedi della montagna e sarebbe diventata adulta. Era concesso solo il tempo dell’inno di Smirne per toccare la divinità rocciosa e poi tornare indietro. La pena per chi avesse osato sostare più a lungo era la morte o l’esilio.

Successe solo una volta, all’inizio del millennio, quando Spurio, eretico convinto, si avventurò in una scalata temeraria, ma, a metà strada, fu colpito da un fulmine e cadde morto stecchito, autoesiliandosi. Da allora il nome di Spurio è diventato un’imprecazione. Quando cade un piatto e si rompe, si è soliti imprecare “Che Spurio!”

Quella notte, Joanna fece un sogno strano. L’abbuffata di pesce fritto misto all’ansia per l’iniziazione non le avevano fatto bene. Tutti i suoi amici la indicavano e la insultavano. Era senza vestiti e si vergognava. Ovunque guardasse, le persone le sembravano sbiadite, senza colori, grigie come il cielo. Sentì un calore provenire da dentro di sé e vide le stesse luci che brillavano oltre le nubi. Una di quelle uscì dal suo petto, arrivò all’altezza degli occhi e, quando le balzò in faccia, lei si svegliò.

Era sudata. C’era un gran caos nella sua cameretta. Vestiti sparpagliati, il bastone da pastore gettato in un angolo con un paio di mutande appese sopra, la libreria con i manuali in nessun ordine specifico. Il suo terminale da banco gracchiò prima di iniziare a parlare. «Sveglia Joanna. Il capo villaggio ti sta aspettando. Il suo assistente ha percorso tutta la fungorete sotterranea per lamentarsi con me. Non farmi sfigurare che mi hanno appena migliorata.» «Sì, Replica, perdonami, oddio ma che ore sono?» «Le dieci in punto! La cerimonia è tra mezz’ora, ti conviene correre.» Si alzò di scatto, andò all’armadio, spalancò le ante e prese l’abito e gli attrezzi cerimoniali: corda, moschettoni e scarponi.

Si catapultò in strada.

Come lei, altre giovani donne si stavano radunando al ponte per la benedizione e il passaggio rituale.

«Benvenute, future donne di Smirne! In veste di alta sacerdotessa vi auguro prosperità e gioia. Ricordate perché siete qui. La sopravvivenza di questo mondo è sulle vostre spalle. La montagna vi donerà la fertilità. Senza di noi gli uomini di questo mondo perderebbero il senno e non saprebbero più cosa fare delle loro vite, siamo luce e sorgente della nostra stirpe. Gioite!» Mentre migliaia di ragazze si guardavano attorno, un vociare potente si levò tra la folla.

«Silenzio! Che il rito abbia inizio.»

In fila indiana, Joanna e le sue compagne si avvicinarono al ponte e agganciarono la corda stretta in vita al mancorrente con un moschettone.

Le note dell’inno di Smirne accompagnavano il canto a pieni polmoni dei suoi abitanti.

Il baratro era profondo, lente nebbie vorticavano più in basso. “Guarda davanti a te,” ripeteva Joanna mentalmente, mentre si avvicinava al Kilikili, ripensando alla sua infanzia: gli insegnamenti di botanica di sua madre, le erbe curative; l’aver spesso pensato alle sembianze di suo padre che non aveva mai conosciuto; il desiderio di avere un fratello; i compagni di scuola e i racconti della nonna. Il monte Kilikili appariva ancora più maestoso visto dalla sua base. L’erba fresca attendeva i suoi piedi, si tolse per un attimo scarponi e calzettoni per farla frusciare tra le sue dita. Era in pace con se stessa. Le altre ragazze intorno a lei erano figure sfocate e l’inno cantato alle sue spalle era come ovattato. «Presto Joanna. Non abbiamo molto tempo, sono già arrivati a metà inno.» Katian, la sua migliore amica, la riportò alla realtà. Quasi tutte le altre avevano già baciato i piedi della montagna, due rocce levigate da secoli di rituali. Avvicinò le labbra titubanti. Il profumo di muschio misto a pino le inondò le narici. Il contatto con la roccia fredda la bloccò. “Vieni da me,” sembrò sussurrare la montagna. «Chi parla? Katian sei tu? Dove sei?» Silenzio. Un filo di vento le spostò i capelli dal viso. “Sono quassù,” rispose una voce che sembrava provenire dalle rocce. «Dove?» Oltre le rocce si inerpicava un sentiero brullo e sconnesso. «Non posso venire. Mi esilieranno.» “Non avrai un’altra occasione,” disse la voce. “Spurio? Sei tu?” Nessuna risposta. Decise di incamminarsi avvolta nella nebbia.

Il sentiero era nascosto agli occhi di spettatori lontani e una rapida ansa nascondeva dopo pochi passi chiunque l’avesse percorso.

Dopo diverse ore di cammino e arrampicata, Joanna sentiva il dolore fisico e l’inno che la circondava era ormai concluso. La voce dentro di lei la spingeva avanti, incoraggiandola nel momento più difficile. Raggiunse finalmente la vetta, ma il suo corpo era esausto, irrigidito dall’aria rarefatta e dal freddo. Tuttavia, la mente era chiara e concentrata. Sentì pulsare nel petto quella stessa luce che aveva visto in sogno, e questa volta era più intensa che mai.

Allungò la mano e toccò le nuvole, trovandole solide come filamenti di tessuto sottilissimo, ma ancora così tangibili. Quando passò attraverso la coltre, si trovò di fronte a uno spettacolo mozzafiato: milioni di luci colorate e il bagliore del sole la accecarono, ma il calore che emanava era accogliente.

Una voce le parlò, una eco familiare che si presentò come Spurio. Le spiegò il mistero del Kilikili e il suo ruolo nella vita di Smirne, incluso il motivo per cui suo padre aveva invocato il suo intervento alla morte della madre di Joanna dopo il parto. Spurio le disse che il Kilikili richiamava le anime radiose nate su Smirne per illuminare la volta celeste, garantendo l’energia necessaria alla terra per far crescere la vita.

Tutto divenne chiaro per Joanna in quel momento. Il suo scopo, il suo destino, tutto aveva senso. Doveva portare la luce, così come avevano fatto coloro che l’avevano preceduta. “Siete pronti?” chiese Spurio, coordinando milioni di anime che si appoggiarono sul tessuto grigiognolo che avvolgeva il pianeta, incendiandosi.

Gli abitanti di Smirne furono abbagliati dalla luce e dal calore emanati. Un’immagine si stagliava sopra le altre: la statua di Joanna in vetta al Kilikili.

Illustrazione di @skutu.art