Gimbe e Mikah vagavano nelle praterie alla ricerca di cibo. In quel periodo dell’anno la notte non finiva mai.

 

«C’è troppo buio Gimbe, perché dobbiamo farlo anche oggi? Ho paura.»

«Sii coraggioso. Non manca molto alla rinascita di Sciarr.»

«Ci sono le scorte, non serve!» 

«Quelle servono per le emergenze e il buio non è un’emergenza.» 

«Ma perché non lo fanno solo mamma e papà?»

«Tutti dobbiamo contribuire, loro pensano alla caccia e noi alla raccolta, siamo una squadra.»

 

Mentre parlavano, un suono d’acqua smossa li fece voltare. Un rospo balzò fuori da uno stagno vicino. La superficie, che ora ondeggiava, rivelò la presenza di piccoli pesciolini luminosi. Anche la pancia del rospo emise una luce pulsante. Lucide goccioline scivolarono via dalla pelle melmosa. I bambini, mano nella mano, decisero di seguire quella improvvisata lampada itinerante.

 

Al passaggio del rospo, i fiori nei prati si colorarono di un rosso intenso. Un profumo confortante salì dagli steli e raggiunse le narici dei due.

 

La terra vibrò a ritmo costante.

«Hai sentito?»

Mikah si aggrappò al braccio del fratello.

«Tranquillo, sarà qualche animale curioso.» 

Il rumore di passi si fece più intenso. Qualcosa di molto grosso si stava avvicinando. 

«Cosa facciamo?» Gimbe gli mise una mano sulla bocca, poi lo trascinò verso il basso in una fossa a margine del sentiero. Uno stivale grosso quanto lui li superò. 

 

Un ingurgitatore. 

 

Tremarono insieme silenziosi. 

 

Nel buio, videro una mano possente calare sul rospo. Il gigante lo portò alla bocca e lo inghiottì senza nemmeno masticarlo. 

 

Addio amico splendente.

 

Gimbe strinse forte Mikah e chiusero gli occhi. Uno scossone del terreno li fece sobbalzare e due mani scesero nella conca per sollevarli in aria. 

 

«E voi che ci fate qui?»

Una voce profonda, roca e puzzolente travolse i loro volti. 

«C-c-cerchiamo ci-ci-ci-bo per la nostra famiglia.» 

Non vedevano bene i lineamenti di chi li aveva raccolti da terra. 

«Voi siete infetti.»

Prese Gimbe con una mano e Mikah con l’altra e li scaraventò in una grossa cesta che portava sulle spalle. I due bambini sprofondarono nel contenitore rimbalzando su un fondo morbido. 

 

Ad ogni lungo passo, i funghi presenti nella cesta sbuffavano spore soporifere.

 

Si svegliarono disorientati e con una luce che rischiarava il tratto di cielo sopra le loro teste.

Uno scoppiettio di legna bruciata accompagnava un vociare profondo e gutturale.

«In questa notte sacra molti di noi ascenderanno.» Tutti applaudirono. Alcuni sbattevano con forza i piedi a terra per far ancora più rumore. I più audaci ulularono.

«Sileeeeeeen-zio!» I suoni cessarono a quel comando.

«Il ruolo di depuratori è ogni anno meno efficace. Il veleno di Sciarr cresce ad un ritmo inarrestabile.» Brusii nella notte.

«I Gurlak contraggono strane forme di intossicazione da radiazioni. Quegli stupidi non collaborano, ma nonostante questo abbiamo un dovere nei loro confronti. Dobbiamo riprodurci più in fretta!»  

Un boato confuso si levò dalla folla.

 

Mikah e Gimbe non capivano cosa significassero quelle parole. Dovevano scappare, non c’era tempo da perdere.

«Mettiti in piedi sulla mia testa e quando ti dico via, tu salta più che puoi.»

«Gimbe, non ce la faccio.» 

«Smettila! Quando sarai fuori va’ a cercare aiuto.»

«Uhm… va bene.» Le gambe erano rigide come i fusti dei funghi attorno a loro.

«Sarai da solo, corri e non ti voltare, sii rapido, io cercherò di distrarli.» 

 «Non voglio lasciarti qui.»

 

Singhiozzi nel buio. Gimbe lo strinse a sé. 

 

Intanto, la riunione proseguiva. I due fratelli origliarono discorsi relativi alle stagioni che non erano più quelle di una volta, il clima che stava cambiando, Gorlak che fuggivano alla loro vista.

 

«Che essere infetto avete portato per il banchetto rituale?» Gimbe captò quell’ultima inquietante frase nel silenzio collettivo.

 

«Coraggio, ora o mai più. Tre, due, uno, adesso!»

 

I due bambini saltarono insieme, la statura di Mikah e di Gimbe, aggiunta alla spinta dei due balzi, permise al piccolo di aggrapparsi all’orlo della loro prigione di vimini. Era umida, viscida, e l’odore di muffa putrescente faceva venire il voltastomaco. Le spore dei funghi avevano creato una patina densa sotto i loro piedi. Mikah stava per mollare la presa quando Gimbe saltò di nuovo e spinse da sotto le piante dei suoi piedi per dargli l’ultimo incoraggiamento. Mikah si aggrappò con forza e sgusciò fuori.

 

Cercò di guardare giù, ma non vedeva il terreno.

 

Non voglio morire.

 

Era paralizzato. Poi pensò a suo fratello e si mosse. Sporse una mano speranzosa nel vuoto e trovò il ramo appuntito di un albero vicino. Si lanciò e scese goffamente a terra, appiglio dopo appiglio. L’erba lo sovrastava, il vento agitava le fronde degli alberi intonando una tragica melodia.

 

Si voltò soltanto quando sentì un angosciante rumore di passi dietro di sé, da dove era appena fuggito. Tornò indietro e fece capolino dall’intricato tessuto erboso. Durò un istante. Presero suo fratello dalla testa. 

«Gimbe!»

«Scappa idiota!»

Quello che l’aveva sollevato, se lo appoggiò sulla pancia gonfia. Corde di carne sbucarono dalla pelle tesa dell’aguzzino e inglobarono suo fratello in quel corpo mostruoso.

 

Gimbe si mise a correre piangendo nell’oscurità.

 

Cadde e si rialzò più volte fino a svenire per la fatica.

 

Si svegliò in mezzo ad una radura circondata da boschi. La luce di Sciarr si specchiava sugli aghi dei pini argentati. 

 

Un gruppo di cacciatori Gorlak gli corse incontro.

 

Dopo aver constatato che non fosse un animale selvatico, gli chiesero a che clan appartenesse, poi lo riportarono a casa. Riuscì a malapena a raccontare ciò che era successo prima di chiudersi nel silenzio.

 

Tutti erano felici per il ritorno della luce, rinata anche quest’anno. Tutti tranne Mikah e la sua famiglia che già pianificavano la vendetta verso quei mostri.

 

Col favore della luce, Mikah esplorò foreste e praterie alla ricerca del luogo esatto dove quelle bestie avevano divorato suo fratello. Passarono mesi tremendi nei quali dovette trovare la forza per fomentare lo spirito di vendetta nel suo clan. Non posso ucciderli da solo. Il suo sorriso spensierato era scomparso. Mentre la storia di quanto successo si diffondeva, sempre più clan si unirono alla sua causa. Vedeva come reagivano alle sue parole, ma non capivano cosa si era spezzato in lui.

 

Era esausto. La luce iniziava ad affievolirsi. La lunga estate scivolava via. Sciarr doveva ricominciare il suo ciclo. Stava per perdere le speranze di ritrovare gli assassini di suo fratello, quando gli odori, la radura calpestata, l’olezzo di quegli esseri lo assalirono. Come un incubo tutto gli tornò alla mente.

 

Si accertò che fosse proprio quello il posto nei giorni seguenti. Osservò vecchi e bambini ingurgitatori trascorrere il tempo insieme, tramandarsi racconti e giocare. Parlavano agli alberi e accarezzavano le rocce. Osservavano gli animali prima di sbranarli o lasciarli andare. Dopo il pasto, la loro pelle cambiava colore per qualche minuto prima di tornare normale.

 

Non aveva più dubbi.

 

Al giorno previsto, il raduno avvenne. Gli ingurgitatori proferivano i loro discorsi in cerchio, inconsapevoli dello spropositato numero di Gorlak che li circondava.

 

Alcuni ingurgitatori si illuminarono di luce propria, come il rospo di un anno prima. Quelli ormai brillanti vennero trascinati in cielo da un turbine di vento. La luce di Sciarr cominciò ad invadere l’atmosfera.

 

In quell’istante, un urlo echeggiò nella foresta.  

«Ora!»

Lo straziante grido di Mikah riempì la notte. Tutti attaccarono. Nessuno dei colossi fu in grado di difendersi e sopravvivere in quel momento di estrema vulnerabilità. Fu un massacro.

 

Esplosero urla di gioia e di sofferenza, di vendetta soddisfatta e tristezza. 

 

Quella sera gli abitanti di Skellis sentirono un potente suono di venti che vorticava, una gigantesca luna, che mai si era mostrata prima di allora scintillò in cielo.

 

La luce di Sciarr fu risucchiata dalla nave spaziale. Fu nuovamente tenebra ovunque, il buio dominava incontrastato. La nave scomparve e il cataclisma ecologico che ne seguì estinse quasi tutta la vita su Skellis. I rospi lucenti continuavano a gracidare.

Immagine di skutu.art